Grotta Luigi Donini (giugno 2026)

Sveglia alle 4:00 e partenza da Iglesias alle 5:00. Raggiungere i luoghi del cuore comporta quasi sempre qualche levataccia che, personalmente, considero ormai parte integrante del fascino dell’avventura. Posso assicurare che la visita alla Donini ripaga ampiamente lo sforzo di alzarsi prima dell’alba. Siamo in tutto otto: Alberto M., Barbara N., Bibi P., Francesco M., Matteo M., Michele F., Nicola P. e Tore M. Dopo tre ore e mezza d'auto raggiungiamo il cuile Sedda ar Baccas, in località Sa Cungiadura, nel cuore del Supramonte di Urzulei. Questo luogo riaccende in me tanti ricordi. Qui hanno avuto inizio alcune delle più belle avventure nel Supramonte.
Mentre passiamo davanti al cuile, notiamo numerose auto parcheggiate lungo la strada lastricata e, tra gli alberi, corde cariche di mute stese ad asciugare, chiaro segno che già nella giornata di ieri molti hanno intrapreso i percorsi che si tuffano nei laghetti calcarei. Giunti al parcheggio, troviamo alcuni gruppi di escursionisti che si preparano per l'escursione. Come vecchi amici, scambiamo subito due chiacchiere per capire se la loro meta sia la Grotta Donini. Vorremmo infatti sapere se sarà necessario affrettare la visita per evitare affollamenti, oppure se potremo godercela con maggiore tranquillità. Fortunatamente hanno in programma altri percorsi. Mentre ci cambiamo per indossare muta e imbrago, alcuni maialini gironzolano indisturbati, sotto l'occhio vigile della scrofa, ormai abituati alla presenza degli escursionisti.
Alle 9:30 cominciamo l’avvicinamento alla grotta. In una manciata di minuti raggiungiamo il ciglio della parete e discendiamo sul greto asciutto di Codula Orbisi.
Alberto si muove con una disinvoltura quasi sospetta, segno della sua perfetta conoscenza di questi luoghi.
Procediamo tra i massi per una decina di minuti fino ad individuare, sulla destra orografica, il pozzo d’ingresso. L’accesso alla grotta è mimetizzato tra blocchi calcarei affioranti e si rivela soltanto quando ci troviamo nelle immediate vicinanze.
Alberto si mette subito all'opera, preparando l'armo e predisponendo la corda di calata. Nel frattempo ci organizziamo per la discesa. Alberto è anche il primo a calarsi, seguito da Michele, Bibi e Tore. Il pozzo d’ingresso ha un diametro di circa un metro e consente di introdursi con lo zaino in spalla solo a persone con corporatura snella.
Tutti gli altri hanno due possibilità: lanciare lo zaino nel vuoto (con un salto di circa 5 metri), oppure ancorarlo al cosciale dell’imbrago, soluzione che risulta sicuramente meno drastica.
Raggiunto il fondo, il percorso continua tra brevi cunicoli fino al secondo salto. Il pozzo, profondo circa nove metri, presenta poco prima del fondo una finestra laterale che conduce a una diramazione. La imbocchiamo e, dopo esserci arrampicati ed aver strisciato per qualche metro, ci ritroviamo in una serie di corridoi che non superano il metro e mezzo d'altezza.
Qui iniziano a comparire le prime pozze d’acqua. Proseguiamo lungo i condotti fino a raggiungere ambienti in cui l’altezza della volta permette dapprima di avanzare accovacciati e successivamente anche in piedi. Attraversiamo quindi limpide vasche d’acqua, il cui livello arriva fino alle ginocchia, per giungere infine in un ampio salone dalle pareti bianche e levigate.
Il pavimento, reso scivoloso dal continuo scorrere dell’acqua, si interrompe quasi bruscamente in un salto verticale. Sulla parete destra Alberto ha predisposto un corrimano che consente di superare in sicurezza un tratto di circa sei metri esposto alla scarpata. Conduce a un piano inclinato che arriva fino alla volta, dove la ridotta altezza disponibile consente la sosta a non più di due o tre persone. L’armo è ancorato al soffitto, in una posizione che ci consente di allongiarsi da seduti e prepararci per il terzo salto.
La calata, alta una quindicina di metri, termina direttamente su un lungo lago interno, dove l’acqua è subito profonda e la progressione avviene esclusivamente a nuoto. Ci caliamo uno alla volta, utilizzando un discensore Oka oppure Otto, con la corda che sfiora la superficie dell’acqua, in modo da poterci svincolare rapidamente. L’impatto con l’acqua fresca si avverte immediatamente. Fortunatamente le mute fanno subito il loro lavoro.
In attesa che il gruppo completi la discesa, restiamo in galleggiamento, immersi in un silenzio ovattato, interrotto unicamente dai nostri movimenti nell’acqua e dal vociare dei compagni. Mentre nuotiamo, sospingendo la sacca speleo quasi fosse un salvagente, individuiamo un punto dove è possibile toccare, seppur solo con la punta degli scarponi, che ci consente di tenere la testa fuori dall’acqua ed osservare la bellezza del salone senza sforzo. Barbara e Bibi sono ancora più fortunate, perché riescono ad ancorarsi su uno spuntone di roccia che sporge mezzo metro fuori dall’acqua.
Dopo aver atteso la calata dell’ultimo compagno, riprendiamo l’esplorazione a nuoto lungo un ampio salone, incorniciato da pareti bianchissime che si ergono maestose sopra di noi. Preferisco restare tra gli ultimi, per godermi con tranquillità questa esperienza. Le luci frontali dei caschi colorati dei miei compagni si muovono nell’acqua come piccole lucerne sospinte dalla corrente. I fasci di luce, intervallati tra loro, si alternano in questo insolito spazio, avvolgendo l’ambiente in una penombra morbida e rilassante, che contribuisce a creare un’atmosfera magica. Raggiunta una breve riva di ciottoli, il nostro sguardo è catturato da blocchi di conglomerato roccioso disposti in strati orizzontali, probabile testimonianza di antiche variazioni climatiche, forse risalenti all’era glaciale.
Lasciata la riva, ci immergiamo in un laghetto che serpeggia tra le rocce. Lungo i bordi laterali, il soffitto si abbassa progressivamente fino a congiungersi al pavimento, formando brevi passaggi ricoperti da ghiaie ed altri detriti fluviali.
Il percorso alterna piccoli specchi d’acqua e passaggi asciutti, che percorriamo comodamente in piedi tra dune di ciottoli e accumuli di terriccio. Una breve frattura della volta è impreziosita da una miriade di minuscoli punti scintillanti che, sotto il fascio delle nostre lampade, ricordano una sottile polvere d'oro.
L'esplorazione conduce in una stretta galleria naturale, dove sostiamo in piedi in fila indiana, e termina direttamente su un piccolo terrazzo che si affaccia su un precipizio. 
Alberto, dopo aver preparato l’armo per il quarto salto comincia a calarsi. Dopo un primo tratto di discesa verticale, di circa 12 metri, raggiunge una base rocciosa e, per proseguire, arretra qualche metro per poi discendere gli ultimi 3–4 metri, fino ad atterrare in una pozza quasi asciutta. Seguiamo uno alla volta, assistiti da Matteo, e, terminata la calata, proseguiamo disarrampicando brevissimi tratti rocciosi, completamente levigati e smussati dalla forza dell’acqua, intervallati da brevi pozze, talvolta profonde, che attraversiamo spesso a nuoto. A volte, per evitare acrobazie tra una pozza e l'altra, quando la roccia è talmente liscia ed inclinata da trasformarsi in un naturale toboga, ci lasciamo trasportare dall'acqua fino a raggiungere direttamente la pozza successiva.
Dopo una successione di tratti asciutti e pozze, il percorso sfocia in un altro lungo lago. Riprendiamo quindi a nuotare nelle limpidissime e gelide acque della grotta, tanto che alcuni compagni, con mute da 3 mm, cominciano ad avvertire un leggero frescolino. Anche in questo tratto preferisco rimanere indietro, per osservare l'ambiente con la giusta tranquillità. Le pareti, non più lisce come in precedenza, appaiono scolpite da una successione di cavità arrotondate, profonde 20–30 cm, testimonianza di un'intensa erosione. La fascia orizzontale lambita dall'acqua assume invece un'intensa colorazione bruna ed è solcata da morbide ondulazioni.
Ritrovo la stessa sensazione di pace del primo lago. Ben presto, però, la magica atmosfera si trasforma in qualcosa di mistico, quando nell'aria si leva un soffuso coro liturgico che riecheggia tra le silenziose navate della cavità. Man mano che nuoto, la nenia si fa sempre più nitida. Ancora qualche bracciata, ed eccoli là i miei compagni che, fedeli alla loro immancabile goliardia, dopo aver conquistato per primi la riva, intonano un improbabile canto gregoriano. Eppure chissà… forse hanno percepito qualcosa di indefinibile, una sottile vibrazione capace di toccare le corde più profonde dell'animo. Più plausibile, però, è che siano rimasti talmente suggestionati dalla vista di un topo che, insieme a noi, galleggiava placidamente costeggiando una parete del lago, da esorcizzare la situazione intonando, a squarciagola, un solenne canto corale. Del resto, in certe circostanze, anche la liturgia avrà pur qualche funzione terapeutica! Eppure mi piace credere che il loro canto spontaneo volesse semplicemente celebrare, insieme a tutti noi, l'armonia e la bellezza di questo luogo.
Una volta approdato tra i compagni, non trovo la classica riva di ciottoli, ma un falsopiano umido e scivoloso, composto da rocce piatte e irregolari. Alcuni approfittano della breve sosta come tappa snack, per mangiare un po’ di frutta secca o qualche barretta. Lascio gli altri alla loro breve pausa e raggiungo Alberto, già al lavoro sull'armo del quinto salto. Michele è il primo a calarsi. Atterra in una pozza poco profonda e poi si lascia scivolare in toboga nel laghetto sottostante. Anche qui l’acqua è alta ed occorre nuotare qualche metro per raggiungere alcune rocce pianeggianti dove è possibile sostare in piedi. La pozza è lunga una decina di metri ed è collegata ad un’altra, situata poco più in basso, che raggiungiamo in disarrampicata.
Usciti dalla pozza, entriamo in una sala che all’esterno presenta pareti scure, levigatissime, incorniciate da grandi striature rettangolari perfettamente ordinate. Ma, oltrepassata una sorta di soglia rocciosa incastonata nella parete, veniamo di colpo proiettati in un scenario completamente diverso, fatto di rocce grezze e conglomerati. Da qui accediamo a un nuovo grande ambiente interessato da una scarpata che termina in una grande piscina con acqua profonda e limpidissima. Alberto e Matteo allestiscono un corrimano per raggiungere in sicurezza alcune rocce esposte dove preparano l'armo per la sesta calata. Il salto termina direttamente in acqua e, per raggiungere la riva, nuotiamo una decina di metri. Mi soffermo a fotografare alcuni speleotemi, anche se la fotocamera, con l’obiettivo ormai bagnato, non riesce più a mettere perfettamente a fuoco. Uno di questi, con le sue insolite scanalature, mi ricorda uno simile della grotta Cuccuru Tiria.
Ricompattato il gruppo, continuiamo l’esplorazione transitando sotto alcuni grandi massi ed entriamo in un ambiente molto vasto, con camminamento pressoché in piano. La volta della grotta è talmente alta che le nostre torce non riescono a illuminarla completamente. È quasi come se stessimo camminando tra le rocce in una notte senza luna e, alzando gli occhi al cielo, scambiassimo per nuvole le lievi striature grigio-biancastre che si perdono nell'oscurità sopra di noi. Mentre esploriamo, notiamo sul pavimento un cospicuo quantitativo di guano. Non facciamo in tempo a rivolgere lo sguardo verso l’alto che una nuvola di pipistrelli si solleva in volo, svolazzando tutt’intorno. Raggiunta la fine del salone, affrontiamo la settima calata e ci ritroviamo in una sala con una lunga piscina. Mentre nuotiamo, si manifesta un nuovo spettacolo naturale. Dalla parte più alta e fossile della risorgenza di Su Cunnu ’e s’Ebba, i raggi di luce cominciano a filtrare lentamente, illuminando l’oscurità della cavità e dando vita a un’atmosfera particolarmente suggestiva.
La piscina si chiude su una cornice rocciosa che delimita l’ultima pozza. Uno alla volta ci prepariamo a compiere un salto di circa tre metri verso l'ampio specchio d'acqua sottostante. È un tuffo quasi liberatorio, che annuncia la fine del percorso ipogeo e ci conduce fino alla soglia della risorgenza attiva di Su Cunnu 'e s'Ebba.
Mentre Alberto e Matteo ultimano i preparativi per l'ultimo salto, di circa 50 metri, restiamo immobili sulle rocce, investiti dalla fresca corrente d'aria che fuoriesce dalla grotta. Un freddo pungente comincia a insinuarsi lentamente nelle ossa, mentre il tempo d'attesa per il nostro turno di calata sembra dilatarsi. Per fortuna il sole inizia a filtrare e ci spostiamo come lucertoline in cerca di tepore.
La calata è spettacolare e dall’alto domina tutto il panorama. Termina in una pozza d’acqua, un po’ stagnante. Chi può cerca di evitarla, aiutato dai compagni che negli ultimi metri lo assistono tendonogli la corda verso un area asciutta. L’ultimo a calarsi è Matteo, che atterra nella pozza accolto da Alberto.
Non facciamo quasi in tempo a recuperare la corda che dalla risorgenza si affacciano alcuni ragazzi di un altro gruppo. Sostiamo qualche istante su alcune rocce piane, all’ombra di un albero, giusto il tempo di toglierci la muta, e cominciamo la lunga e faticosa risalita sotto il sole lungo il costone che ci riporterà alle auto. L’escursione termina con un panino veloce all’incrocio di Genna Croce, dove, prima di rientrare verso casa, ci concediamo un buon caffè.
Vorrei condividere le impressioni a caldo di Michele:
"La grotta è stata spettacolare, trovarsi immersi a galleggiare sull'acqua è pura magia, mi ha trasmesso una tranquillità e serenità che non avevo da molto tempo. Le pareti levigate, le varianti cromatiche e gli ambienti enormi sono bellissimi. L'ultimo tuffo molto divertente, e il grande salto l'ho fatto decisamente col cuore in gola. Però è grazie alla vostra compagnia e al sostegno che mi hanno aiutato a superare molta paura e godermi una delle più belle esperienze fatte fino ad ora."

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