Fossa de is Tres'Ogus (giugno 2026)
Quella di oggi rappresenta, per me e Stefano, la prima uscita in completa autonomia. Non nascondo una certa tensione: è la stessa che puntualmente mi accompagna all'inizio di ogni esplorazione in grotta. Con il passare dei minuti, però, l'ansia lascia spazio alla concentrazione e cerco di affrontare la giornata con lucidità, affidandomi alle tecniche apprese e alla fiducia nei compagni.
Il gruppo è composto da Vladimiro, che dirige l'uscita e provvede all'armo della cavità, da me (Michele F.), Stefano, Matteo, Luca e Simone.
Ci ritroviamo alla sede del C.I.S.S.A., presso la foresteria di Monteponi, per recuperare il materiale necessario all'esplorazione. Poco dopo partiamo in direzione della frazione di San Benedetto e, superata l'area attrezzata di Mamenga, troviamo chiusa la sbarra che impedisce l'accesso alla strada della miniera di Reigraxius.
Non ci lasciamo scoraggiare. Indossiamo gli zaini, appesantiti dall'attrezzatura, e in poche decine di minuti raggiungiamo l'ingresso della Fossa de is Tres'Ogus, cavità censita al Catasto delle Grotte della Sardegna con il numero 1451 SA/CA, in località Punta Genna Ruxitta, nel territorio di Iglesias.
L'imbocco si
presenta stretto ma accessibile. Serve qualche contorsione e un po'
di pazienza, ma uno dopo l'altro riusciamo a superarlo. Da quel
momento restiamo soli con la montagna. L'attenzione
si concentra completamente sulle manovre e sull'attrezzatura. Ogni
gesto viene eseguito con calma, quasi automaticamente, mentre lo
sguardo è continuamente catturato dalle concrezioni che
impreziosiscono la cavità fin dai primi metri.
La prima
verticale scorre lentamente. La particolare rigidità della corda
rende la discesa meno fluida del previsto e impone movimenti più
controllati. Scendo per secondo, una scelta dettata anche dal
desiderio di non lasciare troppo spazio ai pensieri. Alla prima
sosta mi accoglie Vladimiro. L'aria è decisamente più fresca
rispetto all'esterno e, dopo pochi minuti di attesa, qualche brivido
attraversa la schiena. Poco alla volta arrivano anche Stefano, Luca,
Matteo e Simone. Tra un commento e l'altro ci rendiamo conto di
quanto il discensore si sia surriscaldato durante la calata, al punto
da risultare quasi impossibile da toccare a mani nude.
Vladimiro procede quindi con l'armo della seconda verticale, decisamente più lunga della precedente. È proprio durante questa discesa che la grotta rivela il suo lato più spettacolare. Le concrezioni diventano sempre più ricche: colate, drappeggi e delicate formazioni calcaree accompagnano la nostra progressione fino al fondo della cavità, creando un ambiente di rara bellezza.
Ad accoglierci troviamo un minuscolo geotritone. Per qualche istante rimane immobile, quasi incuriosito dalla nostra presenza, poi scompare rapidamente tra le concrezioni, tornando a confondersi con il suo fragile e prezioso habitat.
Ovunque si notano anche numerosi piccoli insetti che, a prima vista, ricordano delle zanzare, ma che si dimostrano del tutto disinteressati alla nostra presenza. L'esplorazione del fondo ci permette di osservare numerosi resti ossei di animali. Tra questi spiccano due piccoli crani, probabilmente appartenenti a Prolagus, preziosa testimonianza della fauna che popolava la Sardegna in epoche remote.
Nel frattempo la temperatura continua a diminuire. Decido quindi di iniziare la risalita poco dopo l'arrivo degli ultimi compagni, con l'intenzione di procedere senza fretta. La parte che mi preoccupa maggiormente è la seconda verticale: un lungo tratto completamente nel vuoto, privo di pareti su cui appoggiarsi, dove tutto il peso grava esclusivamente sulla tecnica di progressione su corda.
La prima risalita è già impegnativa per sviluppo e continuità, ma è la seconda a mettere davvero alla prova il fisico. Metro dopo metro la fatica si fa sentire. Sono costretto a fermarmi più volte, sospeso nel vuoto, sostenuto soltanto dal croll e dalla maniglia, che mi consentono di recuperare il fiato prima di riprendere lentamente la progressione.
Le gambe iniziano a bruciare, le braccia sono affaticate e ogni movimento richiede concentrazione. È uno sforzo tanto fisico quanto mentale. Poi, finalmente, compare un piccolo cerchio di luce. All'inizio sembra lontanissimo, ma a ogni pedalata sui bloccanti diventa sempre più grande. Sapere che l'uscita è vicina dà la forza necessaria per affrontare gli ultimi metri. Dopo alcune manovre per oltrepassare nuovamente lo stretto ingresso, riesco finalmente a riguadagnare la superficie.
L'impatto con l'esterno è immediato. Il caldo estivo sostituisce in pochi istanti il fresco costante della grotta e ci spinge a liberarci della tuta speleo per indossare abiti più leggeri. Soddisfatto per aver superato una risalita che, fino a quel momento, rappresentava una delle mie maggiori preoccupazioni, attendo insieme a Simone l'uscita degli altri. Tra una battuta e l'altra cerchiamo di incoraggiare chi è ancora impegnato sulle corde, con quella goliardia che nasce spontaneamente quando la parte più difficile è ormai alle spalle.
Sono ormai le quattro del pomeriggio quando anche Vladimiro riemerge dalla cavità, dopo aver completato il disarmo delle corde e dell'attrezzatura.
Riprendiamo così il sentiero verso valle. Il sole del pomeriggio è decisamente più intenso rispetto al mattino, ma il bosco ci regala un'ombra piacevole, mentre il profumo della macchia mediterranea accompagna il cammino.
Raggiungiamo infine l'area attrezzata di Mamenga, dove finalmente possiamo consumare il pranzo, ormai abbondantemente meritato.
Tra un piatto di insalata di riso, qualche risata e il racconto delle sensazioni vissute durante la giornata emerge un pensiero condiviso da tutti: la Fossa de is Tres'Ogus è una cavità capace di unire una straordinaria bellezza e impegno fisico e tecnico, regalando un'esperienza intensa che difficilmente dimenticheremo.
Per quanto mi riguarda, questa uscita rappresenta qualcosa di più di una semplice escursione speleologica. È stata la conferma che la paura può essere gestita, che la tecnica acquisita durante l'addestramento sta diventando sempre più naturale e che ogni verticale superata aggiunge un piccolo tassello alla fiducia nelle proprie capacità.
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