Nel cuore di una miniera medievale (luglio 2026)
Questa mattina il CISSA incontrerà, presso il Villaggio Normann, nel comune di Gonnesa, il prof. Mattia Sanna Montanelli e alcuni studenti del Laboratorio di Archeologia Mineraria dell'Università di Cagliari per un'attività di studio ed esplorazione in una galleria mineraria situata nell'area del Monte San Giovanni.
Pur presentandolo con il titolo accademico che gli compete, nel corso di questo resoconto lo chiamerò semplicemente Mattia, come si fa tra amici.
La scelta del sito è motivata dal suo straordinario valore storico e archeologico. La miniera che andremo a visitare rappresenta, infatti, uno degli esempi meglio conservati di attività estrattiva medievale dell'Iglesiente. La galleria e l'area circostante testimoniano una lunga storia di frequentazione e di sfruttamento, mentre le tracce delle antiche lavorazioni documentano l'estrazione della galena argentifera durante il Medioevo.
La squadra del CISSA è composta da Francesco Ballocco, Elisabetta Pititu, Claudia Puddu, Francesco Manca, Marco Madeddu, Michele Rosina e Vladimiro Inconis. Dopo aver aiutato gli studenti a indossare casco e imbrago, ci mettiamo in cammino lungo il sentiero che risale fino in cima al Monte San Giovanni.
Durante il percorso facciamo una sosta in una suggestiva piazzola panoramica, realizzata con cura dagli amici del Villaggio Normann. Alcune lunghe panche, affacciate sul versante della montagna, permettono di spaziare con lo sguardo fino al mare, offrendo uno straordinario punto di osservazione sul paesaggio circostante.
Poco più indietro si trova un piccolo anfiteatro in pietra, costituito da sedute disposte a semicerchio su due livelli. È qui che Mattia introduce il gruppo alla storia della miniera e alle testimonianze archeologiche che ci apprestiamo a osservare.
Dopo un lungo tratto in salita tra i sentieri della rete Normann ed un ultimo impegnativo percorso fuori pista, raggiungiamo finalmente l'area che custodisce l'antica miniera. Prima di accedere alla galleria, ci soffermiamo a osservare l'area esterna, nella quale sono ancora riconoscibili i resti di due strutture. Mattia ci invita a seguirlo verso la prima, situata sulla sinistra dell'ingresso. Mentre ne illustra le caratteristiche, ci fa notare che oggi è possibile individuarla soltanto grazie alla regolarizzazione della roccia, modellata in forme quadrangolari. La sua funzione originaria resta sconosciuta, ma le tracce conservate consentono di ipotizzare che si trattasse di una struttura di servizio, probabilmente destinata alla prima cernita del materiale estratto.
Proseguiamo poi verso destra, fino a raggiungere la seconda struttura, situata poco al di sopra dell’ingresso della miniera. Mattia ci invita a osservare i diversi ambienti in muratura che la compongono. Sottolinea che, anche in questo caso, la funzione originaria non è nota. Tuttavia è plausibile ipotizzare che si trattasse di una struttura di appoggio per i minatori, offrendo loro un riparo e consentendo di sostare sul luogo di lavoro senza dover fare ritorno all’abitato. Quest’ultima struttura forse era coperta con gli stessi coppi (tegole) che si trovano in grande dispersione lungo il sentiero di accesso.
Tra le due strutture si trova un piccolo pozzo intonacato con cocciopesto, un materiale edilizio impermeabilizzante introdotto per la prima volta in età romana, che si ottiene con frammenti di laterizi (tegole o mattoni) minutamente frantumati e malta fine a base di calce aerea.
Non è possibile affermarlo con certezza, ma si può ipotizzare che questo pozzo fosse parte della catena operativa legata all’avanzamento della coltivazione mineraria in antico, fondata sulla tecnica del firesetting, che Mattia approfondirà più avanti durante la visita all'interno della miniera.
Nel frattempo, Francesco Ballocco e Vladimiro allestiscono un corrimano di sicurezza dall’ingresso della miniera fino al primo tratto di galleria orizzontale, così da rendere percorribile la ripida e scivolosa discenderia d’accesso. Prima di iniziare la discesa, Mattia richiama la nostra attenzione sul soffitto dell’ingresso della cavità, dove sono visibili curiose impronte in negativo di un incannucciato. Al momento non è possibile stabilirne con certezza né la funzione né la datazione, ma è di certo uno degli aspetti più interessanti da indagare di questa cavità.
Una volta completato l’allestimento, alcuni di noi prendono posizione nei punti più delicati del percorso, in corrispondenza dei passaggi da un tratto di corda al successivo, mentre altri si distribuiscono fra gli studenti per assisterli durante la discesa fino al primo grande salone.
Qui Mattia richiama la nostra attenzione sulle pareti della galleria, dove sono ancora riconoscibili le tracce lasciate da una delle più antiche tecniche di coltivazione mineraria, nota come scavo a fuoco (firesetting). Per fratturare la roccia, i minatori accendevano grandi fuochi a ridosso della parete, alimentandoli per diverse ore con abbondante legna.
Mattia ci spiega che l'elevata temperatura provocava la dilatazione della roccia. Il successivo raffreddamento, ottenuto mediante acqua e, nel caso delle rocce calcaree, talvolta anche con l'impiego di aceto, generava un forte shock termico che ne provocava la fratturazione, rendendola più fragile e quindi più facilmente lavorabile.
A quel punto intervenivano i minatori che, con mazze, picconi e scalpelli, riuscivano a distaccare il minerale con un impegno notevolmente inferiore rispetto allo scavo diretto. Nonostante l'efficacia del metodo, l'avanzamento della galleria era estremamente lento e raramente superava poche decine di centimetri al giorno.
Ancora oggi le pareti della miniera conservano i segni di questa antichissima tecnica estrattiva, impiegata per secoli fino all'introduzione degli esplosivi.
Proseguendo tra le gallerie raggiungiamo un secondo ampio salone. Mattia richiama la nostra attenzione su alcuni riempimenti minerari che colmano parte degli spazi della cavità. Si tratta di accumuli di roccia sterile che i minatori riutilizzavano per livellare il piano di calpestio, rendere più agevoli gli spostamenti e creare superfici di lavoro più stabili, evitando così di trasportare inutilmente questo materiale all'esterno della miniera.
Viene spontaneo chiedersi quali testimonianze possano ancora celarsi sotto questi riempimenti: utensili, frammenti di ceramica o altri oggetti appartenuti ai minatori che, oltre sette secoli fa, percorrevano e lavoravano queste gallerie. Proprio per rispondere a domande come questa, dall’anno scorso anche questo settore è oggetto di indagine nell’ambito del progetto internazionale Argentaria, che riunisce diversi istituti di ricerca con l’obiettivo di ricostruire la vita e il lavoro delle antiche comunità minerarie. Le ricerche dei prossimi anni potrebbero restituire nuove conoscenze su questo straordinario paesaggio, aggiungendo un ulteriore tassello alla storia del territorio.
Da questo ambiente si diramano numerose gallerie, alcune delle quali si inoltrano in passaggi particolarmente angusti e impervi. A prima vista ci si potrebbe domandare perché i minatori abbiano scelto di scavare proprio in quei punti. La spiegazione è legata al metodo di coltivazione del giacimento. Le gallerie medievali non venivano tracciate secondo un percorso regolare, ma seguivano fedelmente il filone di galena argentifera. Quando la mineralizzazione cambiava direzione, si restringeva o si interrompeva, anche il tracciato della galleria si adattava di conseguenza.
Proseguiamo la visita addentrandoci in alcune gallerie, dove colpisce in particolare la perizia con cui i minatori realizzarono i muri di contenimento, ancora oggi perfettamente riconoscibili. Queste strutture servivano a trattenere i riempimenti di roccia sterile e consolidare alcuni tratti della miniera.
Proseguendo lungo le gallerie raggiungiamo uno dei punti in cui sono ancora conservate le testimonianze dell'ultima fase di attività della miniera.
Qui ci imbattiamo nei resti di un macchinario semidistrutto. Prima di spiegarne la funzione, Mattia chiede agli studenti di riconoscerlo. La risposta arriva subito. Si tratta di un'autopala, un mezzo impiegato per lo sgombero del minerale dopo la volata, ossia dopo l'abbattimento della roccia mediante esplosivo. Ideata, brevettata e costruita nel 1954 nella miniera di Montevecchio, in Sardegna, rappresentò un'innovazione destinata a rivoluzionare il lavoro nelle miniere di tutto il mondo. Successivamente il progetto fu acquisito dalla Atlas Copco, che ne curò la produzione industriale e la diffusione a livello internazionale.
L'autopala si trova a breve distanza dall'uscita inferiore della galleria, un accesso che consentiva il transito dei mezzi meccanici. Il confronto con quanto osservato poco prima è inevitabile. Nell'arco di poche decine di metri attraversiamo secoli di storia dell'attività estrattiva, passando dalle tecniche medievali dello scavo a fuoco alle sofisticate attrezzature dell'industria mineraria del Novecento.
Dopo la foto ricordo accanto alla perforatrice, lasciamo la miniera e rientriamo al Villaggio Normann.
È stata un'esperienza estremamente formativa, che ci ha permesso di conoscere da vicino uno dei più significativi esempi di archeologia mineraria medievale dell'Iglesiente. Grazie, Mattia, per aver condiviso con noi la tua conoscenza, la tua disponibilità e l'entusiasmo che sai trasmettere quando racconti questi luoghi.
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